E’ MORTO IL SOCIALISMO. Viva il Socialismo
Ancora una volta le prefiche vanno innalzando i loro lamenti per la morte del socialismo, quella grande utopia libertà e di emancipazione dell’uomo scomparsa con il fordismo e col crollo del muro di Berlino.
Non è la prima volta; è dagli inizi del novecento – proprio con l’affermarsi del fordismo e delle moderne società per azioni – che periodicamente si accampa questa affermazione. Si dice a chi si oppone: non vedete come il mondo si arricchisce e come, grazie al libero mercato, dalla coppa della ricchezza traboccano risorse per sollevare dalla povertà chi sta sotto?
Nel corso del novecento, spesso, più che le risposte teoriche a queste affermazioni hanno potuto le dure repliche della storia; dalla prima guerra mondiale alla grande crisi, dalla seconda guerra mondiale alla crisi del sistema di Bretton Wood, dalla crisi petrolifera al crollo delle tigri del far east.
Un insieme di crisi che – al di là del giudizio politico ed etico sulle ineguaglianze che comunque permanevano ed in alcuni casi si accentuavano – non impediva l’affacciarsi di criticità globali a cui non si riusciva a costruire risposta. Penso alla questione dell’alimentazione del mondo a fronte della crescita demografica, riaffacciatasi in questi giorni con il rapporto FAO, all’inquinamento, al diffondersi di nuove pandemie.
A questa situazione, a sinistra, il novecento ha provato a proporre soluzioni diverse; dalla grande utopia comunista – travolta dalla crisi del socialismo realizzato – alla proposta dei vari patti per lo sviluppo che offrivano aiuti in cambio della democrazia e libero mercato, alle politiche dei governi socialdemocratici – che traducevano in atti di governo sociale interni ed in politica estera una concezione del mondo dove le leggi di mercato non rappresentavano tutta l’economia, tanto che fattori di sviluppo e costi della crescita rimangono non conteggiati nei bilanci delle curve econometriche tradizionali, determinando economie e diseconomie spesso rilevanti (per es., i costi derivanti dall’inquinamento, dall’assenza di istruzione, dalle malattie e dalle morti precoci).
La forza delle esperienze socialdemocratiche di governo è stata proprio quella di saldare in politiche eterodosse la domanda di giustizia con le condizioni di una maggiore efficienza economica; in queste condizioni sono nati e si sono sviluppati i modelli nordici di welfare che, con l’avvicinarsi al governo dei partiti socialdemocratici in Europa, ha finito col permeare il welfare europeo.
Già negli anni settanta questo modello provò a divenire mondiale; sono gli anni di Brandt e di Palme, ma anche gli anni del muro contro muro tra USA ed URSS che finisce con lo schiacciare, soprattutto in America Latina, questo tentativo.
Il crollo del muro e del sistema sovietico coincide con una fase di profonde trasformazioni del mercato internazionale per una redistribuzione del lavoro tesa a concentrare la buona occupazione e la ricerca e a delocalizzare le produzioni mature verso i paesi più poveri. Questo processo è reso possibile anche dalla rete immateriale che l’informatica fornisce ai rapporti economici.
Questo fenomeno è la globalizzazione dei mercati che investe i paesi maturi negli anni novanta: L’Italia – che deve confrontarsi con una serie di ritardi accumulati dopo l’esaurimento dei governi di centro-sinistra ed il primo shock petrolifero – partecipa marginalmente a questa fase tanto che la risposta si limita in gran parte alla compressione del costo del lavoro.
Intanto nel Regno Unito i laburisti proponevano un nuovo modello di risposta, che rilanciava il welfare ed il ruolo del governo individuando nuove priorità – in primo luogo quelle della conoscenza – come fonte di sviluppo e di equità. Ci si dimentica infatti che, al di là della regola aurea introdotta da Gordon Brown, gli investimenti in un nuovo welfare sono aumentati in maniera geometrica rispetto ai governi conservatori e che lo Stato – in nome dell’efficacia e dell’efficienza – è tornato indietro sulle privatizzazioni dei trasporti.
In Svezia ed in Finlandia, invece, erano le socialdemocrazie al governo a gestire il passaggio da una economia matura ad una fortemente innovativa, rilanciando e finanziando come motore dello sviluppo lo Stato Sociale.
In Germania i nodi dell’unificazione, la vera palla al piede dello sviluppo tedesco, cadevano sul governo socialdemocratico di Schroeder ed oggi sulla Grosse Koalition.
Qualcuno dice che la svolta epocale in Italia non può essere affrontata con gli strumenti del novecento; il problema è che questi sono stati tropo assenti nel contesto italiano mentre invece in Europa hanno dimostrato la capacità di adattarsi per essere efficienti offrendosi come unica sponda alla disgregazione sociale (vedi la tenuta antirazzista in Belgio, in Austria ed Olanda).
Come pretendere quindi di dare lezioni dall’Italia a questi processi politici? Come pensare di ridurre a scelta ideologica e non ad una sommatoria di valori politici l’adesione al Partito del Socialismo Europeo ed all’Internazionale Socialista?
Come opporre a questa il bisogno di tutelare l’esperienza cristiano sociale in un PSE dove, dagli anni del Concilio Vaticano II, così forte è la presenza di socialisti che si professano cristiani?
La declinazione di un nuovo umanesimo che pone l’individuo al centro delle relazioni sociali in una rete di rapporti e di solidarietà, il socialismo dei cittadini di Zapatero, costituisce il naturale punto di incontro per queste compagne e questi compagni.
Ma una nuova frontiera rafforza e completa questa analisi. A luglio si è riunito il Mercosur allargato a tutti i governi dell’America Latina. La presenza di cos tanti governi a guida socialdemocratica (Uruguay, Cile, Perù, Brasile) nonché l’indefesso lavoro della diplomazia spagnola dagli anni di Gonzales a Zapatero ha fatto emergere l’offerta di un rapporto preferenziale con l’Europa potendo determinare una effettiva policentricità del mondo globalizzato.
Fassino, bontà sua, ha scoperto questa proposta nelle scorse settimane al Bureau dell’Internazionale tenuto a Santiago; gradiremmo che loscoprisse anche il Governo Prodi, raccogliendo le offerte fatte in questi giorni a Roma dal Governo dell’Uruguay, riprendendo coì anche i raporti con le comunità italiane dell’America del Sud che – oltre al Senatore Pallaro in Italia – è rappresentata nel governo uruguagio da ben sei ministri con passaporto italiano.
Ecco perché questa idea del Partito Democratico è vecchia; perché è una idea tutta basata su una presunta specificità italiana, sull’isolamento rispetto all’evoluzione vera della politica in Europa, sulla nostalgia per l’Italia di Beppone e Don Camillo, dimenticando che dalle larghe intese e dal superamento del centro –sinistra questo Paese non uscì con l’alternativa, ma col pentapartito.
Ecco perché sono e rimarrò socialdemocratico; ecco perché credo che i socialisti debbano impegnarsi per mantenere in vita – anche nel nostro Paese – una grande forza socialista, i DS.
Marco Mazzi
Presidente del Gruppo Consiliare
DS – PSE
Provincia di Livorno
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