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Il 6 e 7 novembre scorso si è svolto a Santiago del Cile il Consiglio dell’Internazionale Socialista. Si è aperto nel nostro Paese, oramai dalla scorsa primavera, un dibattito dove si pone la questione dell’inadeguatezza del socialismo democratico, in quanto strumento del novecento, ad affrontare le sfide della globalizzazione e dove, spesso, la conclusione che se ne trae è che “il socialismo è un cane morto” tanto da imporre forme di pensiero e di organizzazione della sinistra democratica diverse. A volte chi propone questo dibattito pone evidenti i limiti della propria credibilità; difficile pensare all’illuminazione damascena di un Giuliano Amato che sino a due anni fa si candidava alla Presidenza del PSE in alternativa a Rasmussen o a Massimo D’Alema che ci informa di non essere mai stato socialista, dopo aver messo in piedi dal 1996 al 1998 tutto il percorso della Cosa 2 – nuovo soggetto socialdemocratico del Paese. Credo invece che le uniche risposte possibili vengano dall’elaborazione politica concreta dei partiti socialdemocratici, ritenuti adeguati alle sfide di oggi in molti paesi del mondo (ad oggi Brasile, Uruguay, Cile, Perù, Nicaragua, Sud Africa, Mozambico, Angola, Marocco, Spagna, Portogallo, Germania, Belgio, Austria, Finlandia, Norvegia, Regno Unito, Nuova Zelanda per es.); un’elaborazione che ha trovato nelle risoluzioni di Santiago due momenti importanti. Santiago individua 8 sfide globali: la migrazione, il cambiamento climatico, le relazioni commerciali internazionali, il sistema finanziario, il rischio di epidemie, terrorismo e narcotraffico, il Governo Mondiale, l’eguaglianza di accesso alla società digitale. Senza un multilateralismo rafforzato, un insieme di regole ed una sede di governo tesa ad applicarle, queste sfide non trovano soluzione. L’Internazionale si pone quindi oggi il problema di un impegno comune per la riforma delle Nazioni Unite, tali da rendere possibile l’effettiva applicazione degli accordi raggiunti (come nel caso della Ronda de Doha per il commercio equo e solidale) o del Summit di Tunisi sulla società dell’informazione. Ma il nodo rimane quello di sostituire all’equilibrio finanziario di Bretton Wood un diverso sistema di relazioni finanziarie in grado di controllare i flussi, oramai tecnicamente non più sotto controllo data la rapidità delle transazioni. La lotta alle crisi ricorrenti, sempre più gravi, svolta da FMI e BMI diviene inefficace in assenza di questo. Ma per dare concretezza a queste affermazioni, il Consiglio dell’Internazionale ha deciso di costituire una Commissione “Per una Società Mondiale Sostenibile”” che al prossimo congresso proponga idonee risoluzioni, ovvero:
Sono le sfide di inizio millennio a cui l’Internazionale non intende sottrarsi perché “..I principi ed i valori mantenuti per tanto tempo nell’IS, la sua fede in un mondo interdipendente e la sua presenza in tutti i continenti fa di questa l’unica organizzazione politica capace di promuovere questo sforzo con risultati.” Si tratta di verificare una strategia comune ed un punto di vista socialdemocratico per contribuire a sviluppare le maggiori opportunità aperte dalla globalizzazione per far avanzare la causa della libertà, della democrazia e dei diritti umani, correggendo le divisioni sociali e le disuguaglianze che – in assenza di atti di governo globale – tendono ad allargarsi. E’ un dibattito alto ma concreto. Un dibattito in cui l’Europa può avere un grande ruolo, soprattutto se incoraggerà la richiesta di multicentricità posta dalle economie in via di sviluppo. Non è un caso se il Sud America, oramai il continente più di centro sinistra del mondo, si rivolga all’Europa per un rapporto privilegiato. Un dibattito che, se i teorici del “cane morto” sono in buona fede, è la cartina di tornasole per dare risposta all’attualità della socialdemocrazia ma che allora è pregiudiziale a qualsiasi discussione organizzativa su nuove forme partito. Chi chiede di parlare di contenuti e proposta politica pone questa questione. Altro che nascondersi nell’identità e nell’ideologia! Si tratta di provare a tirare conclusioni serie su un mondo sempre più interdipendente dove la globalizzazione lancia nuovi limiti all’iniziativa dei governi e che su queste cose – e non sulla ricerca di Nuove Storie ogni due anni – deve concentrarsi. Marco Mazzi |
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