carissimi amici e compagni,
sono molto spiacente di non essere con voi a condividere le prime impressioni e analisi che si possono trarre dal risultato elettorale. Ma è troppa la voglia di “partecipare”, di “mettere ordine” alle mille perplessità che non mi consentono di gioire della vittoria dell’Unione, e così affido a queste righe (non so quanto lucide, sicuramente scritte in fretta) le mie prime considerazioni. Spero che possano essere utili alla vostra pregiata discussione.
Considerazioni politiche sul voto. Preliminarmente vorrei riconfermare ciò che ho anticipato a qualcuno di voi. Come evidenzia il risultato della Camera, il Paese è spaccato in due. Irrimediabilmente, aggiungerei, in questa prima fase post-elettorale. Ciampi è l’unica istituzione che unisce il Paese, istituzione autorevole che ha attraversato la stagione del primo Ulivo, di cui è stato protagonista, e quella berlusconiana (ci piaccia o no, non ancora tramontata). Bisognerebbe proporne la ricandidatura. Si supererebbe anche l’ingorgo istituzionale, nell’interesse esclusivo del Paese.
La vittoria, come qualcuno ha detto, è sicuramente “mutilata”. Il dato del Nord è allarmante. Non parliamo alla parte più produttiva del paese. Ma non potrei addentrarmi nell’analisi.
Se qualcuno ha vinto queste elezioni, mi verrebbe da dire che sia prima di tutto Berlusconi. Certo, non è più il premier; ma mentre tutti pronosticavano (e a destra alcuni speravano…) la sua disfatta, Forza Italia è ancora il primo partito, e Berlusconi leader “indiscutibile” della cdl, e dunque interlocutore primario e imprescindibile della sinistra diventata maggioranza. Non so quanto questo durerà, ma per ora (la fase più complicata) è così.
Perché è successo? Sicuramente, la campagna elettorale. In primo luogo, l’errore di aver accettato di confrontarsi esclusivamente sul terreno delle tasse, dove peraltro il nostro messaggio era difficile (riduzione cuneo fiscale) e incerto (“parecchi milioni di euro”…). Berlusconi prim’ancora che vendere sogni (riduzione ICI…) ha agitato paure (sinistra = più tasse), nient’affatto esorcizzate.
In secondo luogo, io credo, è riuscito a mobilitare un elettorato “sconosciuto”, a quella che definirei “autocoscienza dell’opinione pubblica”, e a coloro che dovrebbero interpretare la società, e su cui tornerò.
Il risultato finale del Senato è molto preoccupante. Non tanto per la maggioranza risicata di seggi, ma per il maggioritario numero di consensi raccolto dalla cdl. Siamo stati salvati da quella legge elettorale che abbiamo definito “truffa”, e dal voto degli italiani all’estero. Paradossale.
Il dato più allarmante è il magrissimo risultato di ds e margherita al Senato, e non è detto (se vale l’interpretazione del voto giovanile all’Ulivo) che la presentazione della lista unica avrebbe cambiato di molto le cose. I gruppi dirigenti di ds e margherita dovrebbero trarne le conseguenze, o comunque essere costretti a farlo. Sono responsabili di averci condotto sull’orlo del baratro del pareggio. Fassino sia serio, lasci il partito!
Una delle ragioni, soprattutto per i ds, è rintracciabile nella scellerata compilazione delle liste. Abbiamo puntato su tanti candidati “di partito”, secondo logiche di “fidelizzazione” più che di merito (nel partito e nella società). Ignoti uomini di apparato, senza alcuna prospettiva di accountability con il corpo elettorato. Dunque, è andata così. Nonostante l’efficacia mediatica di Rutelli (massimamente se paragonata al grigiore fassiniano dell’ultima fase della campagna elettorale), e le mosse ardite e “laceranti” nel tentativo di intercettare “il voto cattolico”, il risultato della Margherita non è affatto entusiasmante.
Non esiterei a definire negativo il risultato dei ds, anche nelle regioni dove storicamente è più radicato il suo consenso. Credo che sia dovuto alla determinazione con cui il partito ha perseguito la sua stessa “negazione”. Cioè, ha sistematicamente negato i suoi valori, e i suoi elementi di riconoscimento “forti”, caratterizzanti, in nome della causa comune. Ha scelto di tenere un bassissimo profilo per tutta la campagna elettorale, nel timore di oscurare Prodi e “stuzzicare” una Margherita pronta alla competizione.
Il relativo successo al Senato dei partiti più “riconoscibili” e che hanno maggiormente marcato la propria identità (comunisti e altri…, ma anche Di Pietro) mi pare confermi questa lettura.
La cdl nel suo insieme (non solo FI) ha ottenuto un ottimo risultato, al di là di ogni aspettativa. Forse perché i tre maggiori partiti del centrodestra hanno interpretato al meglio il tipo di campagna elettorale che si addiceva al proporzionale. Sentendosi ormai sconfitti, non hanno esitato ad evidenziare le loro differenziazioni, non si sono preoccupati di fornire un’immagine unitaria. Il gioco delle tre punte ha funzionato. È riuscito a passare, incredibilmente, il messaggio che chi fosse stanco di Berlusconi ma restio a votare l’incerta sinistra, potesse esprimere un voto per Casini (e in parte anche per Fini), addirittura “contro Berlusconi”… Il risultato è che l’Udc ha aumentato i suoi voti e in misura minore anche An.
Berlusconi dal canto suo ha puntato, efficacemente, sulla sua persona (anche l’azione di governo è stata presentata come un successo della sua persona e del suo partito, addebitando le colpe agli alleati poco fedeli…) e su fattori “ideologici”. Rimando all’analisi del “voto berlusconiano”, a mio avviso molto lucida, fatta ieri da Ezio Mauro su Repubblica.
E tuttavia, oggi Berlusconi non è più il premier, noi abbiamo la maggioranza in entrambe le Camere, ci accingiamo a governare, e ciò è un bene per l’Italia: questo conta! Inoltre, nonostante il sostanziale pareggio, sarebbe ingeneroso non riconoscere l’ottimo risultato in valore assoluto raggiunto dall’Unione alla Camera, dove ha votato l’intero corpo elettorale. Soprattutto se confrontato con i dati delle precedenti elezioni politiche della cd. Seconda Repubblica.
In particolare, si potrebbe parlare di relativo successo dell’Ulivo, anche se non tanto per merito proprio (il 31,5% non è affatto una percentuale straordinaria), ma piuttosto per lo scarso peso specifico (misurato al senato) dei partiti che gli hanno dato vita.
Ma è un altro il vero elemento di successo: il voto dei giovani per l’Ulivo, evidenziato dalla differenza di voti dell’Unione tra camera e senato, e ulteriormente confermato dalla sensibile perdita di consensi di Rifondazione alla Camera. Potrei concludere questa improvvisata analisi dicendo: l’orientamento politico delle nuove generazioni è l’unico elemento confortante, quello da cui ripartire per la costruzione di una nuova stagione della politica.
Classe dirigente del centrosinistra e dei ds. L’altro grande tema che il risultato di queste elezioni pone in tutta la sua drammatica evidenza, è l’inadeguatezza “politica” della nostra classe dirigente. In primo luogo di Fassino e Rutelli. Vadano al governo, dunque, ma lascino la guida dei nuovi processi politici ad altri.
La “miseria” della nostra classe dirigente è emersa con straordinaria evidenza nel pomeriggio di lunedì, e alla notte in quel deprimente spettacolo offerto da piazza santi apostoli a tutti noi, in preda allo scoramento, incollati alle tv. Nel pomeriggio le dichiarazioni scomposte di D’Alema, di altri autorevoli dirigenti del nostro partito e del centrosinistra. Solo Valdo Spini e Fausto Bertinotti, nella cautela espressa con le loro dichiarazioni pomeridiane, hanno dimostrato buon senso, serietà e responsabilità: merce rara tra i dirigenti del centrosinistra.
E poi la dichiarazione di Fassino, forse dettata dalla necessità di anticipare qualche strampalata esternazione della destra, è rimasta per me indigesta. Intollerabile l’annuncio della vittoria da parte di chi è maggiormente responsabile, a mio avviso, del rischio della sconfitta.
Infine la festa notturna di piazza Santi Apostoli. Lì s’è toccato il fondo: festeggiando, quando ancora il risultato del Senato era a favore del centrodestra, e compiendo uno scivolone dal punto di vista istituzionale, indicibile per una classe di politici che si appresta a governare in una situazione così delicata.
“Intellegere” la società. Il dato più inquietante di questa inaspettata vittoria per un pugno di voti, mi pare consista nell’incapacità di “leggere” la società italiana della classe dirigente del nostro Paese. È una considerazione che necessariamente va al di là della classe politica, e investe tutti coloro che dovrebbero avere una posizione privilegiata nell’interpretazione della realtà. Non solo i politici, la sinistra, dunque, ma anche la classe dirigente economica (la Confindustria dava per spacciato Berlusconi), i grandi commentatori dalle colonne dei principali quotidiani, sembrano essere “scollati” dalla società, per non parlare del mondo della “cultura”. Nel nostro piccolo, cari amici e compagni, è una amara riflessione che riguarda anche noi.
Sento una grande nostalgia per la mancanza di intellettuali in Italia, intesi nel senso letterale del termine, cioè uomini di “tenace concetto” in grado di “intellegere” la realtà che li circonda, senza nessuna classificazione di casta (accademici, ecc…).
Forse non si “capisce” un intero pezzo di società, il che non è meno inquietante. Forse è proprio quel pezzo di società ciò che prima ho chiamato “elettorato sconosciuto”, che vive marginalizzato nella modernità (in qualche angolo di una grande città del Nord produttivo, o in un piccolo paese del Sud sottosviluppato), conducendo una vita anonima e “atomizzata”, fuori dai riflettori del controllo sociale (“autocoscienza dell’opinione pubblica”), probabilmente anche con un scarso livello di relazioni sociali. Dunque invisibile. Irraggiungibile, tanto più dai sondaggi (questa potrebbe essere una spiegazione al loro fallimento), grande terreno di omologazione. Un elettorato che magari non sarebbe andato a votare se non fosse stato raggiunto dal richiamo berlusconiano. Forse esiste un pezzo di società di cui non abbiamo nemmeno consapevolezza.
Evidentemente non ho risposte o certezze sul punto, solo dubbi che condivido con voi e domande che vi sottopongo.
Prospettive di futuro. Il voto massiccio all’Ulivo delle nuove generazioni è l’elemento da cui ripartire. Ripartire con la politica. Il percorso dell’Ulivo appare ormai obbligato. Ma comunque insidioso, e pieno di nodi da sciogliere dal punto di vista politico, a partire dalla collocazione internazionale a noi “socialisti liberali” tanto cara.
Ma prim’ancora occorre fare una considerazione: non possono essere quei leader che hanno condotto ad un passo dal baratro di una nuova vittoria del centrodestra a guidare questo processo politico. Lo ripeto: com’è ovvio, ricopriranno importanti responsabilità di governo, ma sono stati politicamente “squalificati” dall’inappagante risultato elettorale. Dovremmo individuare le forze che possono svolgere questo ruolo di guida e con esse iniziare a lavorare.
Noi socialisti liberali, se condividiamo questo obiettivo, avremmo tutti i titoli per rappresentare la più nobile matrice ideale da cui partire per la costruzione di un soggetto nuovo e unitario di stampo europeo, che si chiami partito democratico o altro. All’interno di questo soggetto avremmo tutte le carte in regola per rappresentare, appunto, la direttrice politica e ideale a cui la maggior parte dei riformisti italiani potrebbero guardare. In sostanza: la corrente politica principale del nuovo soggetto politico.
Ma attenzione: potremmo farci prendere dalla tentazione di lasciar perdere i ds, che mi pare dimostrano un ridimensionamento della propria “funzione storica”, e bypassarli in una politica che prescinda da essi e dai loro apparati. Sarebbe a mio avviso un errore. I ds rimangono il primo partito, di gran lunga più strutturato nella società della margherita, e qualsiasi processo politico che li coinvolga non può essere condotto senza tener conto delle dinamiche interne a questo partito. Ricordiamoci che ogni decisione sul futuro del nostro partito dovrà passare da un congresso che probabilmente, in virtù degli assetti di governo, sarà molto vicino.
Se le mie perplessità e le mie riserve sulla direzione politica di questo partito sono almeno in parte, come credo, quelle di tanti militanti, allora si aprirà un vuoto politico che noi, socialisti liberali, possiamo iniziare a colmare.
Concludo augurandovi buon lavoro,
vi abbraccio,
Peppe Provenzano |