I DS E IL SOCIALISMO EUROPEO
L’ultimo congresso del nostro partito, nel febbraio scorso, ha sancito all’unanimità la modifica del simbolo dei Democratici di Sinistra, completando la transizione iniziata con il PDS e rendendo esplicito, anche da un punto di vista iconografico, l’adesione piena e convinta al Partito del Socialismo europeo, che raccoglie nel nostro continente oltre 30 formazioni politiche.
Il nuovo simbolo è stato utilizzato con indubbio successo nelle ultime elezioni regionali e sarà esibito alle prossime politiche per l’elezione del Senato, mentre alla Camera la scelta è stata in favore di una lista unitaria con la Margherita, in ossequio al principio dell’unificazione delle forze riformiste all’interno della più ampia compagine di centro sinistra guidata da Romano Prodi.
La necessità di una razionalizzazione del sistema politico italiano è all’ordine del giorno praticamente da sempre nella storia della nostra Repubblica, caratterizzata, fin dalla nascita, dalla proliferazione di formazioni partitiche delle dimensioni più disparate che ne hanno innegabilmente minato la governabilità e, a parte alcuni limitati casi, la capacità di una proiezione autorevole al di là dei nostri confini.
In questa direzione andava l’appello proposto, tra gli altri, dagli Onorevoli Spini, Benvenuto e Ruffolo per rendere evidente nelle forme e nei fatti l’adesione al socialismo europeo e dare ancor più autorevolezza al nostro partito nel porsi come protagonista della necessaria razionalizzazione, per realizzare, anche nel nostro Paese, ciò che è già avvenuto nella gran parte degli Stati dell’Unione: quella convergenza di valori ed interessi all’interno di un’unica grande famiglia di matrice socialista, con un riferimento immediato sul piano europeo, che permetta anche all’Italia sperimentare compiutamente la dinamica bipolare.
Sul piano europeo infatti, già da molto tempo, il bipolarismo ha assunto la forma della contrapposizione tra una formazione conservatrice che si rifà anche alle tradizioni democratico – cristiane, e la sinistra socialista, e democratica che si alternano al governo. C’è poi una terza forza, molto più piccola, quella liberale, cui appartiene appunto la Margherita italiana, ma che non costituisce certo una alternativa al partito del Socialismo Europeo.
Ci lascia pertanto perplessi la proposta pervenuta dal leader della Margherita Rutelli all’indomani delle primarie del 16 ottobre, che ha configurato l’adesione alla lista unica alla Camera dei Deputati per le prossime elezioni come il primo passo di un percorso verso il Partito democratico, con il naturale corollario (per Rutelli stesso) dell’uscita del nostro partito dal socialismo europeo, e quindi dello scioglimento dei DS per confluire in un contenitore che fa più riferimento ad un metodo di conduzione del gioco politico che ad una precisa identificazione valoriale.
Il richiamo nel nome e nell’appartenenza internazionale al termine socialista non rappresenta soltanto l’implicita volontà di continuare ad avere come riferimento programmatico la condizione delle classi più povere ed emarginate della società, ma esprime, oggi come non mai, una profonda spinta al rinnovamento per la sinistra italiana, per legarsi alle esperienze germogliate in Europa a partire dal secondo dopoguerra.
Una socialismo, quello europeo, che certo non vede ormai più nel mercato il nemico da abbattere, ma che in ossequio alla lezione rosselliana si batte affinché la Stato attivi tutti i meccanismi affinché le disuguaglianze sociali non diventino insostenibili.
Nel proporsi agli italiani come forza di governo per i prossimi cinque anni, i democratici di sinistra non possono lanciarsi in fughe in avanti verso delle architetture politiche di indubbia praticabilità, ma devono sforzarsi di incarnare in Italia, nell’elaborazione progettuale, la ricchezza e la vitalità del socialismo europeo, affinché gran parte degli spunti programmatici che le varie componenti del PSE hanno messo in pratica nei loro Paesi possano diventare peculiari anche del nostro.
Penso all’attenzione verso la componente oggi più svantaggiata della società, quella giovanile, che ha la sua epitome nelle politiche della sinistra nord europea, che traduce nel mantenimento della necessaria flessibilità contrattuale l’interesse a tutelare la posizione nella società di coloro i quali ne rappresentano in potenza il futuro.
Il combinato congiunto di alta qualità dei percorsi di formazione, sistema efficiente di sussidi statali e collegamenti con il mondo produttivo ha evitato ciò che sempre più sta accadendo in Italia ( che con una quota del 17% nei trasferimenti sociali rappresenta il fanalino di coda nell’UE ), ovvero non l’indolenza di disoccupati che preferiscono non cercare lavoro in presenza di fonti alternative di reddito, bensì una proliferazione di lavoratori poveri che pur di lavorare accettano impieghi sottopagati, ed è in questo senso che si spiega la crescita del tasso di occupazione.
La stessa campagna elettorale di Tony Blair, che ne ha determinato la rielezione a premier inglese per la terza volta consecutiva, ha seguito questa strada, basandosi sull’incremento della spesa pubblica per istruzione e sanità e seguendo la via delle sinistre nordiche in materia di tassazione, non demonizzando aumenti delle tasse che vadano a finanziare politiche e fasce di popolazione più capaci di generare sviluppo ( in questo un vero maestro è stato l’attuale premier socialdemocratico svedese Persson).
Altro grande tema che certo contraddistinguerà la campagna elettorale italiana è quello della privatizzazione ed andrà affrontato con molta chiarezza, favorendo dinamiche concorrenziali in ossequio alle prescrizioni della Commissione europea, ma sottolineando che proprio da un miglioramento nell’efficienza del settore pubblico italiano dipenderà una parte importante delle possibilità di far ripartire il Paese.
Anche qui la via che il socialismo europeo ci indica è illuminante e parte dalla modernizzazione e valorizzazione di un settore che rappresenta tra il 35% e il 55% dei bilanci europei, cifre che ne manifestano la centralità non solo nella fornitura dei servizi di assistenza ma come motore di sviluppo nella forma di finanziamenti alla ricerca di base, che le imprese non compiono, e agli investimenti nelle infrastrutture, spada di Damocle in Italia fin dall’Unità.
In sostanza la chiave non sarà seguire la destra nella corsa alla diminuzione delle tasse ad ogni costo, ma spiegare che un sistema di tassazione più trasparente, equo ed efficiente che destini risorse ai settori strategici dell’economia italiana non può che essere una soluzione accettabile per i cittadini italiani, alla luce di un patto tra generazioni che permetta la continuità del nostro modello sociale.
Questo per trattare solo degli aspetti economici; dal punto di vista dell’azione politica, compito del nostro partito sarà portare avanti due tipi di riforme: quella della società, che metta al primo posto un’etica responsabile nella gestione dell’attività quotidiana e quella della politica, per non frustrare le ispettive di quello che è stato chiamato il “ popolo delle primarie “ che ci ha espresso la sua volontà di partecipazione politica.
L’opposizione parlamentare dura ed intransigente ad un ritorno al proporzionale così come ci è proposto dalla casa delle libertà, che taglia i legami tra eletto ed elettore eliminando i collegi ed introducendo liste bloccate, non sarebbe capita se ad essa non si fa seguire ciò che più è naturale, ovverosia l’estensione delle primarie come metodo per la selezione delle candidature di deputati e senatori, fugando dall’impressione che i partiti vogliano tornare unici padroni della vita politica.
Nel merito e nel metodo il prossimo programma dell’Unione di centro sinistra dovrà riuscire a coinvolgere, coagulando consenso ed entusiasmo, guardando al futuro ma con solide basi nei valori che hanno costituito le radici della nostra storia repubblicana.
Per fare questo imprescindibile sarà l’apporto di quello che costituisce il maggiore partito del centro sinistra italiano, che sarà tanto più efficace quanto riscoprirà nei principi e valori di cui è permeato il suo statuto le chiavi dell’agire politico.
Principi e valori che si incastonano perfettamente come mattoni di quel più grande edificio che è costituito dal Partito del Socialismo europeo, alla cui edificazione i DS devono continuare a contribuire perché le scelte politiche che avranno le conseguenze più importanti per il nostro Paese si giocheranno sempre più sul piano europeo ed i DS dovranno essere in prima linea nella costituzione di quella democrazia sovranazionale che gran parte del nostro elettorato ci chiede e che l’attuale rallentamento del processo d’integrazione non può impedire.
I successi della socialdemocrazia svedese, le recenti affermazioni dei socialisti francesi, la vittoria di Tony Blair in Inghilterra e quella ancor più significativa di Zapatero, uniti al grande recupero di Schroeder in Germania, dimostrano tutta la vitalità della socialdemocrazia europea e la richiesta di milioni di cittadini di non abbandonare il modello di stato sociale sui quali si sono edificati i nostri Stati nazionali..
Ai DS è richiesto di rafforzare questa tendenza, richiamandosi espressamente, nel nome e nei fatti, a questa grande tradizione Socialista liberale ed evitando l’assurdo di liberare l’Italia da un’anomalia battendo Berlusconi alle prossime elezioni politiche, e subito riprodurne un’altra cancellando d’un colpo un’identità forte di una tradizione, che non chiede di essere superata, ma che sia realizzata in tutte le sue moderne potenzialità.
Matteo Bessi
Presidente Associazione Il Labirinto - Gruppo Giovani Circolo Rosselli di Firenze. |